Passa ai contenuti principali

LP vs Digitale

“L’analogico è sempre in pole position?”




Allora, a che punto siamo nel 2021? L’analogico è sempre in ‘pole position’? Sono arrivato alla risposta dopo un periodo di ‘astinenza digitale’ e nella contemporanea immersione in un ‘bagno analogico’. 

La risposta alla domanda è... affermativa, ma con riserva! Ma come sono arrivato a questa conclusione?

In teoria, la risposta alla domanda avrebbe dovuto essere ‘no’. Oggigiorno abbiamo a disposizione mezzi tecnici molto superiori a quelli usati per le registrazioni, il mastering e la duplicazione degli LP nell'Età d'oro del disco. Parlo di cavi, microfoni e preamplificatori, reti elettriche, amplificatori, torni di incisione, senza entrare nel merito dei nuovi formati  DSD e PCM in alta definizione - i gioielli, diciamo, nella ‘corona digitale’. Perché allora, con una tecnologia più avanzata, si riesce solo raramente, e secondo me solo in certi parametri, a eguagliare e quasi mai a superare  l'ascolto in analogico - anche se sono cosciente che l'analogico è lontano dall'essere perfetto? 

Per complicare il discorso, sicuramente in certi parametri audiofili come resa dinamica, estensione nelle basse frequenze e stabilità di velocità, il digitale - parlo dell’alta risoluzione - è superiore rispetto al vecchio formato LP! Si potrebbe discutere ad vitam aeternam sulla questione, ma non è mia intenzione farlo. Da una parte, ho paura di banalizzare argomenti di natura puramente tecnica (non sono tecnico e non ho pretese di esserlo), ma dall'altra, anche se potessimo presentare tutti gli argomenti scientifici per provare la tesi che il digitale sia oramai superiore all'analogico… la codificazione / decodificazione digitale non riesce ancora oggi a sbarazzarsi del suo tallone d'Achille: la fatica d'ascolto


FATICA D’ASCOLTO

L'assenza di fatica d'ascolto dell'analogico è indicativo di un malaise vis à vis del digitale - allo stesso tempo causa ed effetto – ed  proprio questa assenza di fatica che dà luogo a una percezione che tende a favorire l'analogico rispetto al digitale. Neanche quei ovvi  ‘aspetti negativi’ che associamo alle registrazioni analogiche, come il rumore del vinile e un'estensione limitata in frequenze a entrambi gli estremi della banda, riescono a declassare dal ‘pole position’ l'ascolto in analogico. Anche con i DAC più performanti sul pianeta ci si scontra sempre con una fatica d'ascolto con il digitale, specialmente con ascolti di più lunga durata. 



VOLO VERSO ALTRE SFERE

Un’esperienza d’ascolto un po’ particolare getta luce sul problema. Durante il Covid ho ascoltato per tre mesi solo formati digitali, soprattutto in alta risoluzione - PCM, DXD, DSD, in tutti i sampling rate possibili - all’esclusione totale di ascolti di LP e di nastri. Il digitale, quando il set-up è fatto bene, è impressionante. E specialmente il DSD 128 e 256. Scena, dinamica, basso incredibile, acuti dolci, gamma medio bassa iperdefinita. Abbiamo avuto a disposizione tra i migliori DAC reperibili sul mercato, senza menzionare l'accesso a master digitali fatti direttamente per noi dagli Abbey Road Studios di Londra, copie dei master analogici trasferiti direttamente senza nessun filtro tra sorgente e convertitore AD… 

Poi, un bel pomeriggio, ho acceso le sorgenti analogiche, prima il giradischi… e ho messo sul piatto il primo LP che era a portata di mano e… liberazione!! Anche con un disco non particolarmente eccezionale dal punto di visto tecnico e con una sorgente entry-level come il giradischi Ultradeck della MOFI (recensito sul n.179 della rivista dall'ing. Fratello), il suono era leggero, trasparente e soprattutto non faticoso. Cambiando LP e sorgente: questa volta giradischi air-bearing Nonsolomusica - testina Decca London Reference - ultimo pre linea/phono in corrente di Yamamura, il suono ha fatto un volo in alto verso altre sfere.

Decisi di godermi un po' di  Wagner, fine quasi all’esaurimento nervoso. Ascoltai tutto di seguito il primo atto della Valkiria (Wiener Philharmoniker, Knappertsbusch, cofanetto 2 LP Decca SXL 2074/2075), poi subito dopo  Die Gotterdammerung  dal Ring (Wiener Philharmoniker, Solti, cofanetto 6 LP Decca SET 292-7). Otto LP di seguito ovvero circa sei ore di musica densa, con un'infinità di picchi dinamici, cori e voci di tutte le tessiture, insomma un'orgia sonora lontana dai riferimenti standard audiofili come, per esempio, i dischi di Diana Krall. Alle dieci di sera, chiusi l'ufficio e andai a dormire pieno di musica e senza ‘fatica digitale’. 

Il giorno dopo ascoltai le edizioni digitali in alta risoluzione sempre del primo atto della Valkiria (SACD Universal Japan, UCGD 9047) e solo una parte del Gotterdammerung (download PCM 24bit/44.1kHz scaricato da HD Tracks). Devo dire che il suono, specialmente della Valkiria, era veramente buono e la codificazione DSD ha mostrato le sue affermate doti di riproduzione. Eccezionale la definizione nel medio basso e basso con un suono privo delle solite asperità digitali. Ma dopo quattro ore di ascolto non ne potevo più. Mi concessi dunque un’altra liberazione: questa volta lo spegnimento dell'impianto!


Confrontando il digitale con le edizioni originali su vinile, al digitale mancava la straordinaria trasparenza che l'LP riesce a creare quando riprodotto su un ottimo impianto. Non nego, comunque, che in un certo senso il digitale sembra riprodurre i nostri 4 parametri* in modo superiore rispetto agli LP; ma su i dischi in vinile la presenza, la fisicità, il contatto emotivo con la voce dal colore unico della Flagstad, la sua formidabile emissione - per non parlare dell'assenza di ‘pesantezza digitale’ - tutto ha contribuito a un'esperienza emotiva che non ho percepito con l'ascolto digitale. Forse è un’esagerazione: l’ho percepito, ma senza l’intensità del giorno prima.

In più, le frasi della Flagstad avevano una tangibilità sconcertante: un altro mondo. Forse dovrei dire, un mondo ‘diverso’, ma il suono analogico ha creato in me un turbine di emozioni che girava a una velocità e a un'intensità non vissute con l’ascolto digitale. L’illusione di un evento musicale era più palpabile, i contorni della musica più definiti.


LIVE E MOLTO ANALOGICO…

E cosa dire a riguardo di quella leggerezza del suono totalmente privo di fatica che uno sente al concerto? Il digitale ha fatto passi da giganti in questa direzione. Ma l’analogico rimane sempre in ‘pole position’ e concludo suggerendo che c’è un modo per voi di verificare il tutto. Andate a un concerto dove ci sono prevalentemente archi. Anche musica da camera, meglio un quintetto con contrabbasso. Ma va bene anche il quartetto classico. Comprate un posto vicino ai musicisti per sentire bene quando gli archetti fregano le corde e creano quelle note dette ‘fondamentali’. La corretta riproduzione di quei suoni è una delle principali ragioni per cui l’esperienza del concerto non è così faticosa: perché quei suoni non sono appesantiti, allungati, scoloriti dalla catena di riproduzione. E specialmente nella gamma medio bassa (da circa 50-60 Hertz in su) dove si  trovano quasi tutte le fondamentali degli strumenti acustici. In un certo senso, la grande sfida della comunità audiofila è di creare catene hi fi che riescano a riprodurre correttamente le fondamentali. L’analogico non ci riesce al 100%, questo è sicuro, ma ci riesce meglio dell’alta risoluzione. E per chi non è ancora convinto, basta ascoltare un master tape: l‘avvicinamento al suono live vi darà dei brividi. (1)



Conclusione

Sono convinto che l’assenza di ‘fatica d’ascolto’ analogico abbia a che fare con lo sviluppo armonico delle fondamentali che vengono meno aggredite o modificate dal formato analogico. Il cervello non sbaglia. Se il cervello si stanca è perché sta provando a gestire qualcosa che non va bene. Altrimenti saremmo tutti stanchi dopo un'ora di conversazione… 


Per il momento solo la combinazione delle più sofisticate sorgenti analogiche e le incisioni non plus ultra del mondo del vinile riescono a farmi ‘entrare in sala’ anche se il posto di ascolto non è certamente ideale: un'altra affermazione, quindi, che l'analogico non è la perfezione e non credo che lo sarà mai. Su quella strada il digitale semmai ha più possibilità di raggiungere lo stato dell'arte… ma a goderne saranno forse i figli dei figli dei nostri nipotini.   


E per chi nutre ancora dubbi, la mia porta a Salerno è aperta: siete invitati ad un ascolto… superata l'emergenza Covid, of course, ma a condizione che siate pronti ad ascoltare Wagner… sarà un modo per limitare l'affollamento! Pierre Bolduc


* I 4 parametri di AS che usiamo sia per le recensioni hardware sia per i dischi: dinamica – bilanciamento tonale – soundstage – dettaglio


(1) Prima che morisse ho avuto una lunga conversazione con il proprietario della dCS, David Steven, precisamente sulla velocità dei transienti; era d’accordo che fosse la sfida n.1 della riproduzione digitale. Venendo da uno che ha contribuito allo sviluppo del DSD… il suo commento, ancora oggi, non può essere preso alla leggera.


Commenti

  1. Ciao Pierre. Articolo interessantissimo.
    Scritto con onestà intellettuale e soprattutto col cuore

    RispondiElimina

Posta un commento

+ read

Piante e hi-fi: una rivelazione per gli audiofili

Le piante e il mondo audiofilo: come migliorare l'acustica con l'uso delle piante. Le piante: amore e odio Studi scientifici sulla relazione tra piante e audio è più che interessante: è affascinante. Non solo per il tipo di musica che le piante ‘amano’… perché le piante amano alcuni generi musicali e odiano altre, ma anche per le loro proprietà acustiche che saranno una rivelazione per la maggior parte degli audiofili. Studi canadesi sul comportamento di piante quando vengono esposte a contenuti musicali mi hanno fatto saltare di gioia. A loro non piacciono la musica rock! Neanche a me; un mio difetto, lo so. Ma neppure le batterie di jazzisti; invece vanno pazzi per la musica classica!!! Che a me piace ossessivamente tanto! Sperimenti scientifici non lasciano alcuni dubbi su queste conclusioni. Cinque piante (mais, ravanello, filodendro, geranio e violetta africana), furono sottoposti a un ‘ascolto’ di quattro ore al giorno a varie tipi di musica. L’esperienza si dimostrò mici

Tim de Paravicini

Ho saputo della morte di Tim poche ore fa e ne sono ancora scosso. Siamo ormai nel bel mezzo del lavoro di distribuzione di AS179, che non sarà più distribuito in edicola, e quindi sarò breve per scrivere poi un necrologio più lungo ed esauriente su AS180, durante le vacanze di fine anno. L’ultima volta che ho visto Tim è stato con sua moglie, Oliva, e i loro due figli, Nevin e Avalon; erano a Milano, dove lui e Oliva stavano aiutando loro figlia a stabilirsi nel capoluogo lombardo per un anno per poter studiare alla Bocconi. Dopo, abbiamo cenato bene - con un vino favoloso, perché Tim era un raffinato conoscitore - e di quella serata meravigliosa ricordo soprattutto la lunga chiacchierata che ho fatto con lui sui tempi di riverbero delle cattedrali e su come le basse frequenze che si propagavano in quelle enormi costruzioni aiutasse la Chiesa a controllare meglio il suo gregge! Ciò che ha fatto distinguere Tim dal resto della massa dei progettisti audio è stata la sua profonda conosce